ott 07 2007

Double Mario Bros.

jay @ 15:42


ott 06 2007

Esercizio Matematico

jay @ 13:37

Mastella : Giustizia = Provenzano : Antimafia.
Semplice proporzione.


ott 04 2007

Human LCD

jay @ 20:47

Incredibili !!!


ott 03 2007

Hole in my life

jay @ 9:46

THE POLICE

Ieri sera il concerto sognato per decenni. Da quando ancora tredicenne nei oramai lontani anni ‘80 ascoltavo di nascosto i vinili del fratello di un mio compagno di scuola di un trio biondo e musicalmente azzardato. Erano loro: Andy Summers, Gordon Sumner e Steward Copeland, alchimisti inconsapevoli di una formula musicale che avrebbe decretato il loro mito. Le loro incursioni ritmiche sincopate, nel reagge come nel post-punk. Una voce unica accompagnata da un sound dove la parte solitamente in sordina viene esaltata, quella ritmica del basso e della batteria sapientemente eseguita dal biondo spilungone non a caso soprannominato “the rhythmatist”. Erano anni che aspettavo questo concerto, insieme a mio fratello più piccolo ma non per questo meno appassionato. Nel corso di questi anni, dove all’inizio poco più che bambini, ho avuto la responsabilità di possedere tutti i vinili ed i cd del gruppo, ascoltati e sezionati fino alla nausea. E’ il sound dei miei ricordi, e ieri sera erano lì, davanti ai nostri occhi. In un range di età che va dai 56 anni di Sting e Copeland ai (portati benissimo) 64 anni dell’eroico Andy Summers. Sting ha il merito di aver sempre portato con se nei suoi tour i cavalli di battaglia di questo mitico gruppo. Ed è merito suo se ieri sera, l’incanto di una re-union, migliore di questi anni, ha saputo regalare magie ed emozioni. Rigorosamente suonate in tre, senza alcun altro aiuto. Il suono di marca Fender sia nel basso che nella chitarra, dotato di esperienza maturata in tutti questi anni di silenzio.

Si parte con “Message in a Bottle”, ed è boato dello stadio, che canta a squarciagola. Si passa poi per la complessa architettura di “Syncronicity II”, ed è subito “Walking on the moon”. L’emozione ha oramai pervaso i trenta/quarantenni. “Voices inside my Head” medley con “When the word is running down” continunano l’alchimia. L’emozione diventa incredula, il trio sembra non essersi mai sciolto. Mitica “Driven to tears”, magistralmente arrangiata senza snaturarne il gusto “police”. Si torna a cantare in coro su “Don’t stand so close to me”, seguita dalle sincopi di “Hole in my life”. “Truth hits every body” introduce “Every little thing she does is magic” (sempre suonata in tre senza alcun intervento di synth o cori). Il capolavoro ritmico e di percussioni di Copeland si ottiene in “Wrapped around your finger”, in seguito “De do do do, De da da da” canzonetta da hit parade che porta la temperatura del pubblico alle stelle. Si passa per “Invisible sun” da “Ghost in the machine”, difficilissima da suonare con soli tre elementi, ma il tentativo riesce. Del resto è vero che sono tre, ma suonano come una grande orchestra. Copeland si ripete in “Walking on your footsteps”. Quindi viene l’ora nel classico live medley di “Can’t stand losing you” con “Reggatta the blanc”, un giochetto che il trio amava fare in tutte le loro vecchie esecuzioni dal vivo. Arriva l’ora di “Roxanne”, l’emozione strozza la voce, del resto è veramente difficile reggere i toni del cinquanteseienne di Newcastle. Poi “King of pain”, “So lonely” conclusa classicamente con “Every breath you take”. Nel bis il trio giunge al culmine, in barba all’età anagrafica e si esibisce in una incredibile edizione live di “Next to you”, loro saltano e suonano come dei forsennati, sembra quasi che il tempo sia stato congelato e si siano ritrovati ad un tratto nel dire: “dove eravamo rimasti?”.

Chi non ha vissuto direttamente la loro antologia si sarà chiesto: “ma forse sono stati fin troppo ‘police’ ?”.  “E’ normale!”, rispondo io, “la metà del pubblico di questa sera è qui perchè voleva vedere loro, con quello stesso stile inconfondibile che ha caratterizzato una parte importantissima delle loro vite; se non fosse stato così la delusione avrebbe prevalso!”. Il trio ha quel sapore di inconsapevolezza, quella maniera di suonare perchè trascinati da un ritmo ed una voglia di comunicare. Non è stato dell’arte, assolutamente non vuole esserlo. E’ semplicemente una voglia irresistibile di liberare la mente e lasciarsi prendere dai tratti essenziali della musica, quella del ritmo, dove la chitarra accompagna il piatto forte del basso e della batteria, con giusto qualche abbozzo di melodia, nulla di più. La massa ha forse adorato “Every little thing she does is magic” o “Every breath you take”. Ma chi questo gruppo lo ha adorato, ha sicuramente provato piacere nel sentire pezzi come “Message in a bottle” o “Walking on the moon”. Sono QUESTI i Police, e ieri sera sono riapparsi al Delle Alpi.

Grazie Police, ero troppo piccolo per poter vedere un vostro concerto quando eravate in voga. “There was a hole in my life”, grazie ragazzi per averlo colmato.